I due anelli

21 02 2009

Faceva freddo. Un freddo che credo non dimenticherò mai. Si insinuava nelle più cupe infiltrazioni delle mie ossa e lambiva i pochi spazi che ancora mi restavano di ragione. Probabilmente era la consapevolezza di quello che mi aspettava a farmi assiderare il cuore: ridotto a poco più di un cubetto di ghiaccio che presto si sarebbe sciolto o frantumato del tutto. Il vento graffiava il mio viso e per ogni passo che facevo gli aculei si facevano sempre più taglienti.
Lei mi chiamò quel giorno. Mi spiegò che non poteva aspettare, doveva assolutamente parlarmi. Non mi ci volle molto per capire che quella telefonata da sola significava la fine di tutto; il taglio netto di quel sottilissimo filo che si era creato fino a quel momento. Un filo ce con tutte le mie forze avevo cercato di intrecciare, avevo cercato di farlo diventare più di un filo ma un legame che andasse contro ogni legge del tempo e dello spazio. Ma per ogni tentativo che facevo, per ogni volta che cercavo di irrobustirlo, per ogni volta che aggiungevo un nuovo legame esso veniva inesorabilmente spezzato.
Accecato com’ero dal più profondo amore e, ancor peggio, dalla più ardita venerazione, credevo che il filo che usavo non fosse quello giusto e il giorno dopo riprovavo. Ho provato e riprovato sino allo stremo, rimanendo con poco più di un legame immaginario, rappresentato solo dall’anello che portavo all’anulare sinistro.
Era bianco e ogni volta che qualsiasi luce vi si posavo esso s’illuminava, rifletteva nei miei occhi la speranza istintiva di ogni essere umano. Mi illudeva tanto da poter pensare che bastava l’immaginare quella luce a mantenere le cose così com’erano. Mi accontentavo solo di sapere lei al mio fianco. Che potevo ascoltare anche solo un ciao col mio nome davanti, invece di incontrare lo sguardo di una sconosciuta per poi guardarlo svanire all’improvviso.
Le gambe si facevano sempre più molli, inermi, camminavano da sole a causa di quel conflito che avevo dentro di me. Una lotta tra ragione e sentimento, che mi spingeva ad andare e scappare nello stesso istante. Il perché continuai a camminare si può trovare solo nella voglia e nel desiderio, se non nella preghiera di recuperare solo quel saluto tanto sofferto.
Prima che tutto cominciasse e finisse ci trovavamo noi due da soli. Pose la sua mano sulla mia. Quella sensazione estraniò a tal punto il mio spirito che riuscì a portarlo dove solo lei poteva sentirlo, il mio cuore dove il suo battito scandiva incessantemente il ritmo di un tempo che sembrava bloccato. Congelato in una dimensione parallela, fermo per farmi assaporare fino in fondo quella pace che non ho provato in tutta la mia vita.
Arrivai al luogo dell’incontro. Solo come non lo ero mai stato nei miei pensieri, illuminato da un lampione sopra di me creando una sorta di effetto da palcoscenico; un assurdo dramma di una qualsiasi commedia. Mi giravo e rigiravo l’anello tra le mani. Produceva un lieve tintinnio pur non toccando contro alcun oggetto metallico. Ero affascinato dal suono che si mischiava con lo scroscio dell’acqua della vicina fontana. Quel suono creava una malinconica e tetra malinconia preparandomi a morire per sempre.
Mi piegai su me stesso e mi tappai le orecchie.
Piangevo e tutt’attorno a me era spento, sentivo in lontananza quell’odioso suono. Tutto era buio quando all’improvviso mi sentii spostare la mano dall’orecchio e ascoltai il suo inconfondibile ciao. Mi alzai di scatto come se era la prima volta che la vedevo e riuscii solo a fissarla negli occhi. Quegli occhi mi portarono oltre il conosciuto. Forse dentro di lei, o dentro il mio stesso cuore. Il rumore della fontana era cessato, il mondo come l’avevo conosciuto fino a quel momento era crollato. C’ero solo io e nessun’altro. Nessuna luce e nessun suono, solo i suoi grandi occhi che cercavano di distogliere lo sguardo, ma qualcosa la tratteneva. Inchiodati, forse, anche loro in quel mondo tetro. Ma lei voleva fuggire.
Tutt’oggi non ricordo quasi nessuna parola di quello che mi disse tanto che i miei occhi la scrutarono negli abissi neri dei suoi occhi sempre più imperturbabili. Continuavano a fuggire dai miei. Poi il mio sguardo cadde, le guardai i capelli e le labbra, poi si posò sulle sue mani, quelle mani che erano talmente impresse nella mia mente da trovare l’anello che calzasse perfettamente al suo dito. Lo stesso anello che portava in quel momento. Aprii la mano ed il mio era ancora lì.
Quando glielo diedi ero talmente euforico che non riuscivo a dire una frase sensata. Lei mi guardava con occhi perplessi, forse perché non riusciva a capirmi o perché capiva e ne rimaneva delusa. Misi la mano in tasca e ne tirai fuori una scatola, la aprii e ne tirai fuori due anelli bianchi. La sua perplessità si trasformò in sorpresa quando le presi delicatamente la mano e glielo misi al dito. Tremavo talmente che dovette posare la sua mano sulla mia per fermarla.
Rimase ferma nel primo istante, poi senza dire nulla quasi si incamminò per andarsene. La presi facendo appiglio a tutto il mio coraggio e appoggiai le mie labbra sulle sue. Una luce balenò nella mia testa e chiusi gli occhi solo a causa di questo, altrimenti avrei voluto guardarla avvicinare, guardare soltanto lei.
Allora non capivo il perché se ne stesse andando, ero troppo felice. Aveva paura di cadere in un qualcosa di troppo grande per lei, forse per la sola paura che non ne sarebbe uscita mai.
‹‹Cosa guardi?›› domandò. Tornai alla realtà di colpo, ebbi quasi un sussulto ma non tolsi ma gli occhi dall’anello.
‹‹L’unica cosa che ci ha unito››. Una lacrima quasi cadde dai miei occhi. La trattenni con tutto me stesso, con una forza inaspettata. Lei se ne accorse. Si avvicinò e mi abbracciò. Il contatto più vivo che potesse darmi, un contatto che segnava tutto tra errori e incomprensioni. Come la tessera di un puzzle che da un lato combacia e dall’altro no.
Chiusi gli occhi e la sensazione delle sue mani sui miei fianchi divene più viva. Il suo viso al mio petto, il mio cuore fermo che cercava di parlarle e il respiro, ormai ridotto ad un lieve sospiro, teneva la sua testa ferma. Alzai una mano per carezzarle i capelli e lei si scostò, prese la mano che stava per carezzarla e l’aprì. C’era ancora il mio anello. Mi guardò con un espressione stupita come per domandarmi perché fosse lì, poi si sfilò il suo e quel filo sottilissimo i spezzò definitivamente.
‹‹Questo è tuo…›› e senza nemmeno appoggiarlo fece cadere l’anello nella mia mano. Il mio sguardo seguì la caduta dell’anello come se la caduta in se fosse stata una cosa mai vista. I due tintinnarono al contatto e si posero l’uno di fianco all’altro.
Senza dire una parola chiusi stretto il pugno. I due anelli mi facevano male.
Quando uscì dalla mia vista aprì il pugno, la forma sul palmo della mano lasciata dagli aneli, formavano un otto capovolto: l’infinito. Il mio sguardo era fisso su di esso, con il pensiero che potesse significare qualcosa, con la speranza che lei tornasse indietro per riprendersi quello che le avevo donato. A poco a poco il simbolo svanì.
In piedi, solo, con la mano aperta e con gli anelli che non luccicavano più nemmeno sotto il lampione.
La mattina seguente andai al mare: l’unico infinito che ancora mi restava. Dove l’orizzonte si confondeva con il cielo. Bagnate dalle lacrime le mie labbra sussurrarono la più bella frase mai sentita. Me la scrisse lei: “Amor, che muove il sole e le altre stelle…”
A quel punto li lanciai più lontano che potei, dissolvendosi tra le onde ed il frastuono del mare.

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