“Suburban me”

10 03 2013

Stavo rileggendo alcune bozze salvate. So che le ho scritte io, ne sono pienamente cosciente. Soprattutto riconosco il tocco 😉 ma rileggendole la cosa che mi è balzata alla mente, quella da farmi dubitare che fossi io la mente ad aver partorito quelle idee, era il fatto che non mi ci vedo più dentro. Parlavo di una persona simile a me, ma contemporaneamente differente. Più cupa, triste, chiusa in posizione fetale in un angolo della stanza.

Era una brava persona, nulla da obiettare. C’ho convissuto per la maggior parte della mia vita senziente, ad un certo punto dovevo farmela piacere per forza, tanto che ad un certo punto mi ero rassegnato all’idea di far mia completamente quella persona. Un po’ misteriosa, fugace. Un astronomico buco nero, attiravo la luce e la rendevo buia. Da parte, senza alcun riflesso particolare. Quasi sconosciuto e astratto. Sì, mi piaceva. Probabilmente mi piace tuttora e se reincontrassi questa parte mi piacerebbe ancora.

Allo stato attuale delle cose i cambiamenti sono estremi. Pensare che mi serviva soltanto sapere… O meglio aver fiducia nelle fiabe che accarezzano i bambini sussurandogli che i sogni si avverano. Ma è talmente impossibile… La coscienza umana è strana, sa di sapere ma lo rifiuta e lo fa sembrare una bugia. Coscienza, non razionalità. La razionalità di porta completamente fuori strada. Afferma con tutte le sue forze che è impossibile e ti porta dati. Numeri infiniti sui quali basare l’idea che è praticamente impossibile che si potessero congiungere così tante variabili.

E qui la mia sanità mentale viene a mancare. Quando sei abituato ad andare avanti il più razionalmente possibile, cercando di prevedere e valutare tutte le ipotesi, di badare alle parole e frenare qualsiasi tipo di istinto finquando non si ha la certezza empirica e tutto crolla come un castello di sabbia, è come se venissi completamente catapultato in luoghi che hanno l’odore di nuovo. Immacolati. Ed è tutto così nuovo che quasi impaurisci eppure quei posti stanno dentro. Lo sai pure che ci stanno, ma è troppo pericoloso aprirli.

Lo sappiamo tutti. È come un vaso di pandora al contrario che una volta aperto non si può più chiudere. Quei luoghi rappresentano tutte le speranze, i desideri e i sogni del bambino che è in noi. Hanno la stupefacente capacità di sprigionare ciò che è vita. E ci riescono costantemente una volta aperti. Sono accoglienti e dopo un po’ diventano la propria casa, l’unico luogo dove è possibile trovare quel piacevole calore che credevo impossibile da trovare.

Ma sono così pericolosi che se non vengono visitati spesso dopo un po’ appassiscono, diventano vecchi. Perdono quel profumo di nuovo per lasciare il posto a puro odore di tristezza. Rimetterli a posto a volte è impossibile…

Sono tornato a sognare. Ora credo che qualsiasi cosa sia possibile. Che il buco nero è soltanto un ricordo, che tutta quella luce assorbita ha bisogno ancora una volta di dar vita a quelle stanze. Che riacquisiscano quell’antico profumo…. ora che lo sento è completamente diverso da come l’avevo immaginato 😉

Bentornato Gianpiero.

Suburban me – In Flames

The self-inflicted state of mind
A one-man struggle beneath the tower
I think the clock still exists
god just forgot to tap my shoulder

I woke up today
I wish I felt something
The odor of my apathy
just might be true

I want to be the things I see
The pilgrim that is me
But I know I ain’t that free
The suburban, that is me

Spirits rise and miss the eye
Covered by the stench of judgment
As gods reflection tests my pride
I serve the failure that’s haunting me

Twisted visions torturing
Who claims to be the one?
That filtered smile
just might be true

I want to be the things I see
The pilgrim that is me
But I know I ain’t that free
The suburban, that is me

Can you hear the message,
as I wrestle with the clouds?
I’m on the way to succumb,
It just might be true

I want to be the things I see
The pilgrim that is me
I want to be the things I see
The suburban, that is me
But I know I ain’t that free

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