L’arcobaleno della luna

6 05 2012

Stasera ero a bere in un pub. Al bancone, come quei film americani dove l’antagonista si prende una pausa e affoga i suoi pensieri nell’alcool.

All’improvviso entra una persona adulta, quarantenne, che strascica parole senza senso verso il gestore di questo pub. Non gli do peso e lo “giudico” come il solito ubriacone strafatto. Sbaglio e lo sapevo nel momento in cui lo pensavo.
Esco a fumare una sigaretta e lui è lì che barcoll tra la porta del bar e la sua macchina. Mi siedo su un gradino e lui chiede se può sedersi di fianco a me. Mi chiede: “posso per favore sedermi? Non do fastidio a nessuno”. Si accomoda e chiede delle noccioline, qualcosa da mangiare. Era triste, attraverso i suoi occhi vedevo una vita persa. Mi alzo e “rubo” la ciotolina di arachidi che mi era stata offerta, dopodichè gliela rendo. Lui torna in macchina. Dopo qualche istante mi riporta la ciotola che conteneva le noccioline e si risiede di fianco a me. Ero probabilmente preoccupato o forse impaurito da quell’azione. Per l’idea che avesse fatto qualcosa di inconsulto o perchè quella persona avrebbe fatto qualcosa che non mi immaginavo. Era l’ignoto. Intanto continuavo a bere la mia birra. Lui continuava a strascicare le sue parole, finquando ebbero un senso. Disse “è morto mio padre… io non voglio dare fastidio”. Mi alzo e vado a prendere un whiskey. Mi fermo al bancone e il “pubman” mi spiega che è una persona che ha bisogno di attenzione. Che era un personaggio noto. Io penso e ripenso appoggiato sul bancone. Penso al perchè. Lo guardo e gli dico “De Crescenzo disse che esistono due tipi di persone. Gli uomini d’amore e gli uomini di libertà. Quella persona è un uomo d’amore, ha bisogno di qualcuno”.

Torno da lui e gli parlo guardando la luna. Lui cercava di piangere, cercava perchè non gli uscivano lacrime, ma la sua voce era rotta come una persona che si strugge di un problema assurdo. Ma non c’erano lacrime.

Continuo a parlargli, cercando di confortarlo, pur sapendo che le mie parole erano rivolte ad una persona completamente ubriaca. Che non riusciva nemmeno a reggere la sua bottiglia di peroni.

Mi dice che ha 40 anni e suo padre era morto due giorni fa. Non ho mai saputo agire nei confronti di un lutto, ma sembrava tutto facile in quel momento. Probabilmente erano le solite frasi fatte, ma gliele dicevo come un fratello maggiore e sembrava che lui mi ascoltasse.

Tra i fumi dell’alcool si appoggiava nel muretto di fianco a lui e cercava di piangere. Io non riuscivo a cercare un contatto, una mano sulla spalla per rincuorarlo, al che guardo il cielo. C’era la luna, grande e luminosa. Attorno ad essa una grande nuvola. E quella nuvola era colorata di tutti i colori conosciuti. C’era un arcobaleno. Di notte.

Quella persona ubriaca comincia a parlare, di cose che non gli ho chiesto. Parla, parla e parla. La pena amorevole che provavo per lui comincio a sfumare. Avevo a che fare con il solito ubriaco. Mi dice che aveva preso un calmante prima di bere. Io mi fermo e gli domando: “che calmante?”; “un tavor” risponde lui.

Ho a che fare con una persona che in quel momento ha perso ogni raziocinio. La sua mente sconvolta tra psicofarmaci e alcool. Il cocktail peggiore che possa esistere.

Me ne vado salutandolo e guardo ancora quella luna immersa nei colori… colori che mi fanno pensare alle migliaia di possibilità che la vita può donarti.
Oggi giocavo a Fallout 3. Uno schiavo mi dice: “Quando deciderai di non raggiungere il tuo obiettivo, lo raggiungerai”.

Adesso sono qui e ascolto una musica.
Che non è la musica frivola dei nostri tempi. La ascolto e carpisco, nei suoi movimenti, una storia. Forse soltanto quella di questa sera, o forse, tutte le storie vissute.

 





Capitolo 4 – La teoria della perfezione

8 09 2009

Mio padre è l’odio, mia madre l’amore. Sono figlio di un incubo, unigenito d’un arcobaleno. Sono nato dalla fusione di due completi e consapevoli opposti. Provano entrambe il sentimento più forte di qualsiasi altro. Sono le due metà da troppo tempo separate.
Non possono sapere o provare ciò che sente l’altro ma sono diventati uniti, hanno generato me. Nel lungo cammino hanno raggiunto una parte di conoscenza inarrivabile per qualunque altra persona.
Lottano incessantemente contro la furia innata del distacco, contro una forza che li vuole divisi. Questa battaglia è sempre vinta. Solo essendo uniti sanno contrapporsi a qualsiasi cosa e vincere.
Soltanto due completi opposti, unendosi, danno vita a qualcosa che riesce a tendere alla perfezione. Un elemento che è comune e, al tempo stesso, indipendente dagli altri due. Loro possono dirsi uniti e combacianti quando le incongruenze dei due vengono compensate a vicenda; bisogna formare un cerchio simbiotico tra questi due elementi: ogni cosa, ogni sentimento; dolore, gioia, paura, rabbia, angoscia, frustrazione; deve avere effetto sull’altra persona.
È possibile trasformare invidia, amarezza, odio, falsità in pregi, perché compensati completamente dall’opposto.
Con l’unione di due ideali opposti può nascere un ideale completamente nuovo, che però contiene la gamma più ampia di idee che si possa avere. Esso contiene tutto ciò che è possibile pensare, ma solo se gli ideali originari sono realmente opposti. In caso contrario, una pur piccola parte, dell’ideale principale resterà sempre e comunque ignota e invisibile ai due elementi.
Comprendo l’uno e l’altro, io sono l’esatta metà di entrambi. Diverso ma allo stesso tempo uguale. Non riesco però a definire la loro posizione nella catena eterna della vita. È impossibile per chiunque cercare di scorgere attraverso l’apparizione di un singolo elemento la sua collocazione nel cerchio immenso. Non è importante. Mi basta pensare che la loro unione è la felicità. Rendendosi conto di compensarsi a vicenda: ogni pregio e ogni difetto viene totalmente posto in essere solo dalla volontà dell’altro di essere il completo opposto.
Vedo tanti anelli di quella catena tutti diversi tra loro e tutti perfetti. E insieme formano tutti una grande meccanismo per raggiungere la perfezione.
Bisogna affermare una cosa e convincersi dell’opposto. Come due mondi opposti che si fondono per formarne uno solo che non appartiene né al primo né al secondo, ma ad entrambi. E quel mondo può formarne altri tre: due opposti e uno che appartiene ad entrambi. Quattro mondi che ne formano sempre altri. Quattro in una catena senza inizio e senza fine di cui è impossibile conoscere l’origine perché ogni pezzo può essere l’origine della catena poiché diversa da tutti ma allo stesso tempo uguale a tutti gli altri.
Viviamo in un mondo trascendentale, una vita fatta soltanto di perché e per come. Non ci siamo mai chiesti, però, da dove veniamo. Qual è l’origine. Sotto alcuni aspetti potrebbe essere inesistente, forse l’abbiamo sempre conosciuta oppure esiste ma non siamo in grado di trovarla.
Ci hanno imposto da sempre l’idea di essere sempre e comunque inferiori, predestinati a non conoscere alcuna origine, gettati in una prigione le cui sbarre sono fatte di continue incomprensioni.
L’intera vita degli esseri umani è frutto di una complessa reazione chimica. Essa viene modificata e coinvolta da tutte le persone che ci stanno intorno, forse è il cerchio che le persone formano che danno vita a questa reazione. Ciò vuol dire che molto probabilmente estraniandosi da tutti, la vita diventerebbe veramente ciò che deve essere: la cosa più propria che esista.
Ogni giorno che passa, però, facciamo sì che questa sia condizionata e portata avanti dalle persone che ci stanno intorno. Ma che senso ha?
Nessuno. E questa sensazione ne fa scaturire un’altra ancora più prorompente. La sensazione di avere un’essenza superiore a tutti noi. Che ha circondato l’umanità sin dall’inizio della vita. Non si è mai riusciti però ad identificare quest’entità. Alcuni credono che sia sempre esistita, altri che sia nata dopo la concezione del pensiero umano, altri che sia morta. Quale sia l’idea più giusta, ancora nessuno è riuscito a decifrarla. Tutt’oggi ci sono miriadi d’essenze che offuscano la reale essenza della vita.
Ma la reale natura è un’altra. Tutti noi formiamo un puzzle ed ogni singola cosa su questa terra è un pezzettino importantissimo per il raggiungimento del nostro obiettivo: scoprire l’intera immagine. Al mancare di un solo pezzo l’immagine non sarà mai completa e reale.
È questa la vera forma di religione. Quella che riesce a porsi ai limiti della razionalità pur essendo coerente e contemporanea. Come un bocciolo di rosa che si apre. L’idea d’essere parte di un qualcosa d’immenso, più grande di qualsiasi immaginazione potrebbe rendere il mondo un posto perfetto.
Ognuno, a differenza della beffarda imposizione di essere inutili e sottomessi, è capace, ma purtroppo inconsapevole, di trovare la spiegazione all’eterna domanda, di districarsi nell’odio di uno spirito che ci vuole inermi al continuo sbattere contro le pareti d’angoscia che ci provoca il nostro viaggio.
Ormai tutti ignoriamo il potenziale universale nascosto dentro ogni persona ed è per questo motivo che il passo in più viene sempre sottomesso e subordinato ad un’unica istruzione: rendersi coscienti di essere nulla. Se allora il nulla esiste, di conseguenza sussiste anche il tutto e, paradossalmente, sono la medesima cosa.
Ma io vivo. Vivo in base all’unione di due opposti e solo per questo posso affermare ciò che ho detto. Ogni persona per poter sostenere queste mie teorie dovrebbe percorrere tutte le strade che io ho percorso, paragonarsi ad esse ed allo stesso tempo essere estraneo e interno alle stesse.
Nonostante io sia un pezzo, pressoché importante, di un mosaico troppo complesso da formare non riesco a scorgere la reale entità di esso. Manca un’altra forma per disegnare gli esatti lineamenti della teoria.
Esiste? È sempre esistita? È impossibile scorgerla?
Non può esserci alcuna risposta a queste domande, semplicemente perché nessuno ha ancora percorso completamente le tre strade insieme. Bisogna creare una strada astratta con un granellino di terra di ognuna delle strade percorse. Una strada psicologica che ci segue e allo stesso tempo che la seguiamo.
È come vivere in un eterno sogno. Solamente nei momenti onirici della nostra vita siamo liberi, uguali e diversi. Ma ogni cosa che vediamo, sentiamo, tocchiamo è solo perché l’abbiamo già fatto nella nostra vita reale.
Come potrebbe essere il mondo se gli opposti fondamentali della vita si unissero?
Per quanto mi riguarda accetto la mia strada e comprendo le strade della mia origine ma non posso dirle di averle percorse ed è per questo che non posso dire di essere perfetto, anche se ci sono vicino.

* * *

Osservo ora il passaggio di un carro. Siedono i tre elementi della teoria della perfezione. L’uno di fianco all’altro. L’amore, l’unione e l’odio.
Continua a ripercorrere l’eterno noncurante degli ostacoli sulla sua strada. Li evita, alcuni li distrugge ma finora niente è riuscito a fermare la sua corsa.
Ma la fragilità della vita lo attende, ciò che tutto annienta e che crea incommensurabili praterie di malinconia. All’interno di essa tutto è oscuro e senza vita. Si odono silenzi tonanti, tempeste gentili. Vige all’interno di essa una forza inferiore di calma incontrollata, una vita purtroppo  estinta. Continue contrapposizioni tra caos, logica e di nuovo il caos.
Il  carro continua il suo cammino e l’atmosfera attorno ad esso cambia. I tre passeggeri non si sono ancora accorti purtroppo della loro fusione, distruzione e nascita.
Al suon dell’alba gli alberi si muovono. Librano in aria i loro rami come un bambino si sveglia e si alza dal proprio letto. Descrivono leggiadri movimenti nell’aria e nel dolce fruscio delle foglie si può ascoltare la loro voce; muta e priva di suoni, può però dire più parole d’un oratore.
Vedo i contorni della visione rallentati al punto tale di riuscire a riconoscere qualsiasi elemento. Vedo ogni cosa che è stata creata. Qualsiasi cosa legata a filo continuo con la catena universale della perfezione.
Percepisco qualsiasi cosa, con la mente, molto in ritardo. Mentre i miei occhi hanno già visto ogni elemento la mia mente, rallentata e pressoché inutilizzata, percepisce tutti gli oggetti con molti attimi di ritardo. Penso a ciò che vedo soltanto dopo il passaggio e la trasmissione di tutti gli impulsi che l’occhio fornisce alla mia mente.
In special modo, in ciascuna foglia degli alberi, riesco ad identificarne tutte le sue curve e persino il colore sfumato nel rallentamento dei miei contorni.
Questa cupa nebbia ostacola ciò che vedo così come accadeva la medesima cosa nei protagonisti della mia visione. Non si rendono ancora conto del destino avverso che squarcia le loro vite e ricompone la struttura disarmoniosa del mondo.
Entra in ogni anfratto, in ogni fessura del paesaggio uniformandosi ad esso. Regna il silenzio rotto soltanto dal cigolio delle ruote del carro. Frangono e schiacciano le nude zolle di terra, inerpicandosi sopra le piccole pietre e sgretolando le figlie degli alberi.
La nebbia sta trasformando l’intera atmosfera rendendola obliosa. Più nuvole si univano ad altre formando un unica nube immensa che copriva il cielo e i raggi del sole. Tutto diventa oscuro, persino le ombre non riescono più a differenziarsi da tutti gli altri elementi. Ogni cosa è fusa all’altra, tutto è divenuto irriconoscibile ai miei occhi. Ma i tre protagonisti continuano il loro viaggio senza meta e senza ritorno.
L’eternità li segue dappertutto cercando di trovare il momento adatto per rendere unici, oltre al paesaggio, tutti gli elementi della catena.
Ci sono attimi, momenti in cui la mente si estranea dal corpo. È soltanto una frazione di secondo; tutto ciò che sembra familiare ad un tratto diventa del tutto sconosciuto, ignoto. Dura soltanto un frammento di vita, non si ricognizza chi siamo, non si riconosce alcun elemento. Si intravede soltanto la visione dell’io esteriore alla propria stessa persona. Si rifiuta ogni altra cosa che non è se stessi, e inoltre, ogni cosa di se, ogni cosa che non si era mai riuscito a comprendere rimbalza nei recessi sinuosi della propria mente e inizia a diventare chiaro. Si comincia a creare un’infinita catena di illazioni continue su cose o persone. In quei pochi attimi ci si rende superiori e si oltrepassa la sottile linea che divide la follia dalla ragione.
Momenti in cui ciò che ti circonda è talmente confuso da riuscire a capire soltanto la parte che si vuol vedere. L’altra parte non è nascosta, è rifiutata dalla nostra anima per il dolore che le porta.
Le foglie cadono. Nel loro cadere piangono, quando toccano sul terreno muoiono. A volte quando cadono si toccano; si respingono tra di loro sino a creare un’incerta sinuosità nella caduta. Nello strusciarsi sembrava si abbracciassero e insieme giungevano alla fine. Senza compromessi né falsità.
Loro tre, seduti sul carro dell’immaginazione, continuano il loro viaggio. Ancora e ancora. Il cielo diventa completamente nero e una lieve pioggia comincia a cadere da esso.
L’uomo adulto alza il viso al cielo e alcune gocce gli cadono sulle guancia e scivolano lasciando solo la scia dove si sono consumate. Alla ragazza le si bagnano i capelli creando un effetto di docile amarezza nei suoi occhi. Sul ragazzo, come un fluido che lo circonda, non cade la pioggia; deviano attorno ad esso. Non lo bagnano e non rimane affatto stupito.
La scia di dissoluzione intorno al ragazzo si muove lenta anche intorno agli altri passeggeri. Compromette pensieri e azioni di tutto ciò che circonda; prepara il mondo all’avvento della perfezione, incarnata in una figura inesistente ed eterea.
I cavalli impazziscono al solo presagire della perfezione che incombe. Tanto docile e paurosa; potente ma allo stesso tempo inerme; inafferrabile ma sempre presente.
Il carro corre sempre più veloce. Ora saltando sui piccoli sassi che diventavano pietre enormi, ora abbattendosi su di essi. Persero il completo controllo del calesse quando una delle dure parti della terra ruppe una delle ruote.
I viandanti sbalzarono istantaneamente fuori dal carro nel momento in cui persero una delle parti di contatto.
Ora sono soli.
La visuale è completamente oscurata da nebbie e fumi provenienti da chissà quale origine. Non possono vedere ad un passo dal loro corpo.
Divenuti ciechi continuano il loro cammino, senza obiettivo, molto più lentamente. Non una parola esce dalle bocche dei tre. Soltanto la voglia di smettere, di svegliarsi da un sogno troppo reale per considerarsi tale.
Si guardano intorno ma senza risultato. Niente. Soltanto suoni incomprensibili, continuamente rotti da un eco brevissimo. Una voce lugubre alle loro orecchie, come una sinfonia guidata da un occultato direttore.
Qualcosa all’improvviso suona tenebrosa dietro di loro. Istintivamente si girano dietro ma non vedono nulla, solo l’urlo che si approssima a investirli. Corrono. Forse più velocemente di quanto i cavalli che li avevano trasportati poco prima.
Insieme si tengono per la mano, uniti anche nella paura e nell’incertezza. L’amore li porta avanti, altri si sarebbero divisi.
Nella loro cieca corsa un passo falso fece scivolare il ragazzo. Un lampo. La pioggia si fece più fitta e improvvisamente, senza avere il tempo di comprendere cosa succedesse, cadono tutti in un baratro senza fondo.
Anche l’unione ha ucciso per creare.
Non sentii mai il secco tonfo che avrebbe dovuto creare la loro caduta, ma vidi la luce.
Luci azzurre che brillavano dall’abisso. Razzi nella più romantica delle notti; guardando uno spettacolo di fuochi artificiali sull’orlo dell’oceano. Sprizzano da tutti i lati, senza poter riconoscere la loro precisa provenienza. Come fulmini in una notte serena senza però ravvisarne il suono.
Quello che è tenebra diventa luce, la notte passa il turno ad un giorno artificiale creato dalla creazione stessa del quarto elemento individuabile nella catena della vita.
Contro le luci si innalza una sfuggente figura. Brilla anch’essa delle luci che nascono dietro di lei e non si riconosce il suo volto, soltanto gli indefiniti contorni che la caratterizzano e la rendono unica.
Attorniata dal bianco colore i lunghi capelli d’argento sfumavano nell’ombra degli sfavillii, parzialmente distrutta dalle ombre riconoscevo il suo abito a brandelli che si posava lungo dietro le sue sottili gambe.
Alto senza alcuna proporzione, si staccava dal baratro per ricadere docile tra l’erba. Dietro di lui ancora le luci che combattevano tra di loro e si poteva riconoscerle attraverso di esso.
Il fantasma della perfezione è nato. Incarna in se stesso le tre strade che portano all’infinito nirvana. È il quarto elemento riconoscibile della catena.
Guarda la creazione e ride di essa. Beffa il mondo che lo circonda;  lo deride per la sua imperfezione.
Quattro sono le strade da percorrere, quattro i mondi, quattro gli elementi del mondo stesso. Esiste in ogni cosa un origine, due opposti ed una via di mezzo.

* * *

Solo, davanti a un mondo imperfetto e incomprensibile. Vedo qualsiasi cosa in modo nettamente superiore agli altri. Rinnovo le mie idee al muoversi continuo del soffio dell’aria e rendo la mia persona conforme al mondo, adattandomi ad ogni conseguenza del creato.
Ho visto il fuoco divampare sulle acque, in tetri fiumi sotterranei. Ho sentito il pianto di un bambino puro, divenire le urla della bestia. Ho danzato tra le ombre della notte, dissolvendomi in nebbie chiare. Ho pianto contorcendomi sotto i raggi della luna, circondato da esseri ululanti. Ho dimenticato il mio nome tra sabbie rosse brancolando nell’oblio. Ho assaporato nauseabondi nettari veleniferi, dalle labbra di contorti serpenti. Ho ascoltato canti in pozzi dalle molte zanne, scuotermi i sensi. Ho socchiuso i miei occhi in antri oscuri, abbandonato ad antichi silenzi.
Rivedo l’eterno e mi accorgo di quanto è nullo; senza che nessuno ponga le proprie idee e senza che nessuno si immedesimi nello spazio vitale di miliardi di persone. Tanti vivono senza legami, nemmeno tra gli elementi e tra me
In questo momento mi trovo forse al centro, agli estremi o chissà dove della catena universale. Sarebbe inutile continuare, mi imbatterei in un altro punto della catena. È impossibile trovare un uscita, un inizio o una fine. Non esiste nessuna delle quattro ipotesi ma allo stesso tempo esistono dentro ognuno di noi.
Ci sono impercettibili, ma continue, implicazioni per cui non dovrei continuare a scrivere. Desidero, in ogni caso, presentare la teoria che può rendere perfetto il mondo e la vita di ognuno di noi. È, però, impossibile descrivere la teoria completa; essa si evolve ogni attimo. Ad ogni istante viene alla luce un nuovo particolare da aggiungere, ogni secondo un nuovo elemento dovrebbe essere incluso.
Nessuno mi vede. Ma tutti mi sognano, credono nella mia esistenza o m’odiano al punto d’ignorarmi. Espongo la teoria della vita.

Una variabile che tende all’infinito, opposta ad una relativa costante che tende all’infinito, genera un’alternarsi d’eventi sempre uguali. Nella loro unione la variabile si unisce alla costante creando un campo unico. Una striscia continua che porta all’infinito nirvana.
Concludere insieme le tre differenti vie significa esserne quattro: la costante, la variabile, l’unione e contemporaneamente tutte insieme… l’origine. Che, logicamente, non appartiene a nessuna delle quattro ma è parallela a tutte le altre e lì è possibile trovare la fine o l’origine.
Non è possibile, però, sapere se con questi quattro cammini si troverà la fine o l’origine di un nuovo cammino da includere a quelli precedenti; continuare per un altro punto o un altro cammino per l’infinito. Comunque procedendo è possibile trovare l’infinito nirvana. È presente dentro ognuno di noi e chiunque potrebbe, soltanto con la forza della mente, creare quell’indispensabile contrasto che potrebbe rendere ognuna delle persone viventi su questa terra un mio simile. L’unica cosa ancora ignota è se esso sia una fine o un nuovo cammino verso un altro mondo.
Per raggiungere la perfezione una persona dovrebbe formarsi secondo il proprio istinto e dopo averla raggiunta dovrebbe iniziare un viaggio nella formazione del suo opposto. Dopo averlo affermato bisogna riaffermare l’esatto contrario. Continuare a viaggiare tra opposti fino al raggiungimento dell’“io”. In questo elemento siamo unici, ma possediamo anche delle parti  che ci formano e ci rendono uguale a tutti. Quindi si è uguali e diversi da tutti. “Siamo tutti uguali e quindi diversi” basta farlo mentre lo si pensa.
Ognuno di noi dovrebbe essere tutti gli anelli, ma siamo soltanto uno di essi. L’unica cosa che ci potrebbe far pensare d’essere perfetti è estraniarci dal resto della catena. Non dovremo comunicare, smettere di giudicare.
Ma c’è una cosa più profonda che potremo fare, ossia valutare il nostro pensiero in tutte le altre persone perché in ognuna di esse assume aspetti diversi. Ed è per questo che quando comunichiamo o giudichiamo lo dovremo fare, non sentendoci noi, ma sentendoci il resto della catena.
Forse è anche vero se così facendo non saremo noi stessi quindi o isolarsi o essere la catena è un po’ la stessa cosa, saremo sempre e comunque tutto e niente. Se si vuole essere davvero se stessi non bisogna pensare alla catena ma è necessario fare in modo che il proprio anello si leghi a tutti gli altri nel modo in cui vogliamo fregandosene del resto della catena.
Se una persona conoscesse tutto, se davvero sapesse fare ogni cosa, le sue azioni, la sua personalità, la sua stessa anima, sarebbero irrimediabilmente condizionate dal suo essere diverso di fronte ad una totalità che relativamente conosce soltanto l’opposto: il niente. Conoscendo tutto, la sua anima trascenderebbe in uno spazio eterno senza confini né regole. Quella persona posta nell’immenso spazio rimarrebbe inevitabilmente sola, priva di dimostrare il suo tutto. Quindi finirebbe per diventare nulla. E, tuttavia, verrebbe abbagliata dalla fragrante idea di fluttuare tra due opposti cercando di trovare la perfezione tra gli stessi. Accecato da questa impossibile idea la sua vita diventerebbe un mero viaggio alla ricerca di una verità troppo nascosta ai suoi occhi, inerme alla fondamentale condizione: trovare e unire i due opposti dando origine ad una perfetta via.
Dovrebbe vivere nei nostri cuori, come nell’anima, soltanto il potere che ci da la nostra mente, pensare a quante cose si potrebbero fare soltanto con la consapevolezza e la volontà di farlo. A quanto potere possediamo e che non sfruttiamo perché privi di cognizioni.
Ma io esisto. Per quanto impossibile possa essere sono nato, non solo dalla fusione di due opposti ma anche dalle sue due origini. L’ultimo elemento che rende la catena tale.
Come ogni elemento della terra, come qualsiasi sentimento, come la vita di ognuno di noi, come il pensiero che si contrappone alla forza, come opposti calamitati verso un’unica origine: la conoscenza della verità.





Inverno [F. De Andrè]

28 08 2009

Ascolta questa tromba.
Sei vestito di scuro, sei solo e cammini in una fredda serata di novembre. Cerchi un posto per distrarti e gli occhi scrutano il nero davanti a te, quando una luce blu t’invade.
Un neon, che forma le parole “Blue Moon”.
Tre scale, una porta e cominci a sentire questo malinconico pezzo jazz. Apri, il locale è più scuro della notte che avevi lasciato poco fa.
Pochi tavolini e poche persone sedute. Fumano tutti, quella nebbia si confonde tra le soffuse luci azzurre e ti immagini di come sia simile alla neve di poco fa.
Trovi un tavolo libero e ti siedi lì, sempre da solo. Il silenzio è rotto solo dalla tromba che ti sussurra nell’orecchio: “anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino”, t’accendi una sigaretta, il fumo t’avvolge e tutto si spegne quando la voce scandisce “Sale la nebbia sui prati bianchi….”

INVERNO – FABRIZIO DE ANDRÈ

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.





Il saggio

13 03 2009

– Maestro, lei deve aiutarmi!
– Come potrei?
– Quel sogno, quel pensiero insistente è diventato ormai un’ossessione. È diventato quasi incontrollabile, non so come tenerlo fermo, come non farmi investire.
– Il tuo è un sogno. Prima o poi dovrai cercare di farlo diventare reale oppure tuffarti in un incubo. Dovrai provare.
– Lei non capisce…. mi scusi, non mi sono spiegato bene. Il dolore aumenta giorno per giorno. Il solo sbirciare mi pugnala il cuore. Credo di non potercela fare e il solo provarci mi farebbe crollare il mondo addosso. Tutte quelle idee e abitudini che ho costruito e fatto costruire si disintegrerebbero e l’emorragia di dolore si estenderebbe a tutto il mondo. So com’è fatto il dolore, ma preferirei tenerlo per me.
– Tu non riesci a guardare o non sai se è ciò che vuoi.
– Maestro, io lo so. Si staglia su per il cielo e si fonde tra le nuvole più alte, crea contrasto con la luce del sole. È un qualcosa di immenso, è troppo grande da quantificare e le emozioni che provo sono molto ambigue. È un pianto dirompente e scrosciante. Il rumore è insopportabile.
– Il pianto è parte delle emozioni estreme. L’uomo piange per immensa tristezza e dolore. L’uomo, però, piange anche per estrema felicità. Cos’è la tua?
– Entrambe.
– No.
– Come?
– Non ci sono lacrime inutili se non per i pazzi. Se per te, il tuo pianto, è solo una via di mezzo tra i due estremi, bisogna che anch’io cominci a considerarti pazzo.
– Probabilmente lo sono. O forse ci sto arrivando. Lei l’avrà visto…
– Io ho solo visto un uomo che è fermo ad un bivio. La scelta è tua.
– Io non so scegliere. O meglio, saprei anche scegliere ma non vorrei che il mondo mi crollasse alle spalle.
– Quando sarai pronto, saprai anche accettare l’intero mondo sulle spalle. Ma ricorda che il suo peso sarà sempre inferiore a quello di te stesso, quando fra anni saprai che hai scelto sbagliando e desiderando una tranquillità che non può far parte della vita d’un uomo. C’è una regolare confusione nel mondo che ci circonda. Quando l’accetterai capirai. Poi capirai.
– Aspetto il momento, Maestro.
– È lui che aspetta te. Fa delle tue lacrime di dubbio il tuo nutrimento e dei tuoi angosciosi pensieri la tua linfa. Corri avanti e non guardarti indietro. Dietro, non c’è già più niente.
– Sto per correre… manca poco allora.





Il suo bacio

24 02 2009

– Guardami.
– …
– Per favore, guardami.
– Perché? Cos’è che devo guardare?
– Ti prego, solo per un attimo, cerca di guardare me; nessun’altro.
– Io… non posso…
– Se tu non vuoi guardare i miei occhi, allora lasciami almeno sprofondare nei tuoi.
– Non devi…
– Devo, o niente avrà alcun senso.
– Perché?
– Non chiedermelo. Tu hai già capito tutto. Perché vuoi avere una conferma?
– Non dovresti rispondere ad una domanda con un’altra domanda. Questo tu lo dici sempre.
– Eheheh… hai ragione. Devo, devo farlo. Devo parlarti con solo i tuoi occhi dinanzi a me. Probabilmente tutto quello che ho fatto sinora era soltanto per distogliere l’attenzione da qualcosa di molto più grande.
– Cosa?
– Cosa… che ti guardo e ti cerco oltre tutte le situazioni che ci circondano.
– Io non posso farlo. Lo sai.
– … non puoi o non vuoi?
– Non lo so.
– Io, invece, lo so. Perfettamente. So che nella mia esistenza c’è bisogno di te e…
– Ti prego, ora sono io a fermarti e supplicarti, smettila…
– Non posso. Tutto ciò che ti è vicino, è vicino anche a me. Sono una minuscola, infinitesimale parte di te… ma ho bisogno di molto di più.
– Le ragioni sono diverse…
– Quali? Spiegamele! Cerco di entrare nella tua testa ma non posso se tu non me ne dai l’occasione.
– La ragione è che…
– Aspetta! Te la spiego io la ragione! Sai quando una persona aspetta qualcosa nel corso della giornata? Ma anche nel corso della vita, non ha importanza. Quella persona è nervosa e aspetta trepidante il fatidico momento d’uno sguardo perso o d’una parola gettata al vento. Così come un’altra persona ha bisogno di ossigeno, questa persona ha bisogno di queste minuscole cose e non può…
– Certo che può! Non ti rendi minimamente conto di ciò che dici!
– Come puoi dirlo? Io credo che nelle piccole cose si nascondano infinite emozioni. Non si può spegnerle come una lampadina in una stanza… forse nemmeno come una stella in una galassia. Non si può e basta.
– … io non posso guardarti come vorresti tu.
– Allora non farlo. Lascia che mi perda io.
– Ma che senso avrebbe!?
– Il senso che tu lasci andar via è il senso di tutto.
– Lo so…
– Ne ero sicuro.

Non lasciare che i tuoi occhi si bagnino ora. I miei trattengono lacrime da tempo immemore.
– Non ce la faccio.
– La senti la mia mano sulla guancia?
– Certo…
– Forse ora farà qualcosa che avrebbe dovuto fare tempo fa.
– Cosa…?
– Ora la mia mano ti avvicinerà a me. E poi ti bacerò. Vedro la tua smorfia di tristezza arrendersi e forse, solo per un attimo il tuo respiro respirerà con me. Respirarai di me ed io di te.

Dopo il bacio la quiete addormentò il mondo e lei con lui. Dopo un istante, la mano involontariamente scivolò via dalla sua guancia, mentre il suo volto scappò via. Si voltò solo per un attimo e la vide sorridere. Un sorriso di quiete e sollievo che lo abbracciò con folate di vento gelido. Rimase immobile a guardarla nella corsa. Quando la sua stessa lacrima offuscò quella perfetta visione anche lui si voltò. Si toccò le labbra e sorrise. Lei fece lo stesso. Il primo passo scandì il suo e s’allontanarono ad uguale velocità proprio quando il mondo udì lo scoppio di due cuori e ricominciò anch’esso a percorrere la sua lunga strada verso la felicità.





I due anelli

21 02 2009

Faceva freddo. Un freddo che credo non dimenticherò mai. Si insinuava nelle più cupe infiltrazioni delle mie ossa e lambiva i pochi spazi che ancora mi restavano di ragione. Probabilmente era la consapevolezza di quello che mi aspettava a farmi assiderare il cuore: ridotto a poco più di un cubetto di ghiaccio che presto si sarebbe sciolto o frantumato del tutto. Il vento graffiava il mio viso e per ogni passo che facevo gli aculei si facevano sempre più taglienti.
Lei mi chiamò quel giorno. Mi spiegò che non poteva aspettare, doveva assolutamente parlarmi. Non mi ci volle molto per capire che quella telefonata da sola significava la fine di tutto; il taglio netto di quel sottilissimo filo che si era creato fino a quel momento. Un filo ce con tutte le mie forze avevo cercato di intrecciare, avevo cercato di farlo diventare più di un filo ma un legame che andasse contro ogni legge del tempo e dello spazio. Ma per ogni tentativo che facevo, per ogni volta che cercavo di irrobustirlo, per ogni volta che aggiungevo un nuovo legame esso veniva inesorabilmente spezzato.
Accecato com’ero dal più profondo amore e, ancor peggio, dalla più ardita venerazione, credevo che il filo che usavo non fosse quello giusto e il giorno dopo riprovavo. Ho provato e riprovato sino allo stremo, rimanendo con poco più di un legame immaginario, rappresentato solo dall’anello che portavo all’anulare sinistro.
Era bianco e ogni volta che qualsiasi luce vi si posavo esso s’illuminava, rifletteva nei miei occhi la speranza istintiva di ogni essere umano. Mi illudeva tanto da poter pensare che bastava l’immaginare quella luce a mantenere le cose così com’erano. Mi accontentavo solo di sapere lei al mio fianco. Che potevo ascoltare anche solo un ciao col mio nome davanti, invece di incontrare lo sguardo di una sconosciuta per poi guardarlo svanire all’improvviso.
Le gambe si facevano sempre più molli, inermi, camminavano da sole a causa di quel conflito che avevo dentro di me. Una lotta tra ragione e sentimento, che mi spingeva ad andare e scappare nello stesso istante. Il perché continuai a camminare si può trovare solo nella voglia e nel desiderio, se non nella preghiera di recuperare solo quel saluto tanto sofferto.
Prima che tutto cominciasse e finisse ci trovavamo noi due da soli. Pose la sua mano sulla mia. Quella sensazione estraniò a tal punto il mio spirito che riuscì a portarlo dove solo lei poteva sentirlo, il mio cuore dove il suo battito scandiva incessantemente il ritmo di un tempo che sembrava bloccato. Congelato in una dimensione parallela, fermo per farmi assaporare fino in fondo quella pace che non ho provato in tutta la mia vita.
Arrivai al luogo dell’incontro. Solo come non lo ero mai stato nei miei pensieri, illuminato da un lampione sopra di me creando una sorta di effetto da palcoscenico; un assurdo dramma di una qualsiasi commedia. Mi giravo e rigiravo l’anello tra le mani. Produceva un lieve tintinnio pur non toccando contro alcun oggetto metallico. Ero affascinato dal suono che si mischiava con lo scroscio dell’acqua della vicina fontana. Quel suono creava una malinconica e tetra malinconia preparandomi a morire per sempre.
Mi piegai su me stesso e mi tappai le orecchie.
Piangevo e tutt’attorno a me era spento, sentivo in lontananza quell’odioso suono. Tutto era buio quando all’improvviso mi sentii spostare la mano dall’orecchio e ascoltai il suo inconfondibile ciao. Mi alzai di scatto come se era la prima volta che la vedevo e riuscii solo a fissarla negli occhi. Quegli occhi mi portarono oltre il conosciuto. Forse dentro di lei, o dentro il mio stesso cuore. Il rumore della fontana era cessato, il mondo come l’avevo conosciuto fino a quel momento era crollato. C’ero solo io e nessun’altro. Nessuna luce e nessun suono, solo i suoi grandi occhi che cercavano di distogliere lo sguardo, ma qualcosa la tratteneva. Inchiodati, forse, anche loro in quel mondo tetro. Ma lei voleva fuggire.
Tutt’oggi non ricordo quasi nessuna parola di quello che mi disse tanto che i miei occhi la scrutarono negli abissi neri dei suoi occhi sempre più imperturbabili. Continuavano a fuggire dai miei. Poi il mio sguardo cadde, le guardai i capelli e le labbra, poi si posò sulle sue mani, quelle mani che erano talmente impresse nella mia mente da trovare l’anello che calzasse perfettamente al suo dito. Lo stesso anello che portava in quel momento. Aprii la mano ed il mio era ancora lì.
Quando glielo diedi ero talmente euforico che non riuscivo a dire una frase sensata. Lei mi guardava con occhi perplessi, forse perché non riusciva a capirmi o perché capiva e ne rimaneva delusa. Misi la mano in tasca e ne tirai fuori una scatola, la aprii e ne tirai fuori due anelli bianchi. La sua perplessità si trasformò in sorpresa quando le presi delicatamente la mano e glielo misi al dito. Tremavo talmente che dovette posare la sua mano sulla mia per fermarla.
Rimase ferma nel primo istante, poi senza dire nulla quasi si incamminò per andarsene. La presi facendo appiglio a tutto il mio coraggio e appoggiai le mie labbra sulle sue. Una luce balenò nella mia testa e chiusi gli occhi solo a causa di questo, altrimenti avrei voluto guardarla avvicinare, guardare soltanto lei.
Allora non capivo il perché se ne stesse andando, ero troppo felice. Aveva paura di cadere in un qualcosa di troppo grande per lei, forse per la sola paura che non ne sarebbe uscita mai.
‹‹Cosa guardi?›› domandò. Tornai alla realtà di colpo, ebbi quasi un sussulto ma non tolsi ma gli occhi dall’anello.
‹‹L’unica cosa che ci ha unito››. Una lacrima quasi cadde dai miei occhi. La trattenni con tutto me stesso, con una forza inaspettata. Lei se ne accorse. Si avvicinò e mi abbracciò. Il contatto più vivo che potesse darmi, un contatto che segnava tutto tra errori e incomprensioni. Come la tessera di un puzzle che da un lato combacia e dall’altro no.
Chiusi gli occhi e la sensazione delle sue mani sui miei fianchi divene più viva. Il suo viso al mio petto, il mio cuore fermo che cercava di parlarle e il respiro, ormai ridotto ad un lieve sospiro, teneva la sua testa ferma. Alzai una mano per carezzarle i capelli e lei si scostò, prese la mano che stava per carezzarla e l’aprì. C’era ancora il mio anello. Mi guardò con un espressione stupita come per domandarmi perché fosse lì, poi si sfilò il suo e quel filo sottilissimo i spezzò definitivamente.
‹‹Questo è tuo…›› e senza nemmeno appoggiarlo fece cadere l’anello nella mia mano. Il mio sguardo seguì la caduta dell’anello come se la caduta in se fosse stata una cosa mai vista. I due tintinnarono al contatto e si posero l’uno di fianco all’altro.
Senza dire una parola chiusi stretto il pugno. I due anelli mi facevano male.
Quando uscì dalla mia vista aprì il pugno, la forma sul palmo della mano lasciata dagli aneli, formavano un otto capovolto: l’infinito. Il mio sguardo era fisso su di esso, con il pensiero che potesse significare qualcosa, con la speranza che lei tornasse indietro per riprendersi quello che le avevo donato. A poco a poco il simbolo svanì.
In piedi, solo, con la mano aperta e con gli anelli che non luccicavano più nemmeno sotto il lampione.
La mattina seguente andai al mare: l’unico infinito che ancora mi restava. Dove l’orizzonte si confondeva con il cielo. Bagnate dalle lacrime le mie labbra sussurrarono la più bella frase mai sentita. Me la scrisse lei: “Amor, che muove il sole e le altre stelle…”
A quel punto li lanciai più lontano che potei, dissolvendosi tra le onde ed il frastuono del mare.





Commenti tra prosa e poesia.

4 01 2009

Un pensiero od una parola possono solo raccontare l’espressione dell’immensità che racchiude l’animo. Sarebbe molto meglio non spiegare nulla, lasciar fare all’eterno che circonda ogni minimo attimo dell’esistenza. A volte sembra che sopraggiunga quell’attimo fatale che spezza il sogno ed il respiro, quando, appena dopo, il cuore perde un battito e si spegne con la mente. In quel sogno ombrato, pieno di speranze, spento dallo stesso, il cammino sembra spento.
Sembra improvvisato, portato dal vento. Naturalmente non lo è. È come un battito d’ali d’una farfalla portato nel futuro. La farfalla che muore senza aver assaggiato l’aria. L’aria che vola e respira se stessa. Soffia il vento in quel momento. Spento nella morsa del volere.
Adagiandosi nei fiori del giardino, poi, si pone in pensieri doloranti e contrastanti. Portati chissà dove. Forse nel posto dove riposano i sogni.